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Racconti e pensieri di una girovaga sognatrice alla scoperta del mondo e di se stessa

Tag: Leggende d’Italia

Il Castelluccio di Gela: tra storia e leggenda

Vi ho già raccontato della leggenda della Torre di Manfria e del Gigante Manfrino, a cui deve il nome. Durante il mio soggiorno a Gela, ho ascoltato diverse storie riguardanti…

Vi ho già raccontato della leggenda della Torre di Manfria e del Gigante Manfrino, a cui deve il nome. Durante il mio soggiorno a Gela, ho ascoltato diverse storie riguardanti quella che è una delle più antiche città siciliane. I gelesi vanno fieri della loro tradizione e da sempre si sono tramandati oralmente racconti e leggende riguardanti la propria terra. Tra le tante, mi ha colpita molto quella del Castelluccio, un castello ormai abbandonato situato a circa 10 chilometri da Gela, più precisamente in contrada Spadaro. 

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Il Castelluccio nella storia

Si erge, imponente, sopra una collina di gesso e dalla sua posizione sopraelevata domina la costa e difende la piana di Gela da prima del 1143. Il Castello Svevo, conosciuto ormai da tutti come il Castelluccio, è probabilmente di origine normanna e serviva principalmente come edificio residenziale e, forse, come palazzo fortificato. La sua pianta rettangolare, di simmetria quasi perfetta, è circondata da un muro di cinta e da due torri terminali a base quadrata. Quella occidentale conteneva una volta una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, mentre l’altra ospita una cappella scavata nella parete visibile ancora oggi. Per la costruzione del castello furono utilizzate pietre locali gessose e per le rifiniture pietre calcaree. 

Negli anni, il Castelluccio ha subito però numerosi danni e, nonostante i restauri effettuati negli anni Novanta, oggi si trova in condizioni abbastanza precarie. All’interno sono stati costruiti una scala e un ponteggio che permettono ai visitatori di arrivare fino alla sommità del castello e di ammirare da lì tutto il panorama della piana di Gela. 

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Il Castello Svevo è visitabile tutti i giorni, in quanto ad ingresso libero e anzi abbastanza abbandonato. Il mio consiglio è quello di recarsi di giorno sia perché la strada per arrivare è sterrata e piena di buche (in realtà crateri) sia perché se volete avventurarvi all’interno delle mura e  salire, magari, fino alla cima delle torri è veramente sconsigliabile farlo con il buio. Io avevo abbastanza paura anche in pieno giorno. Se siete in zona, però, merita una visita per il panorama che dalla sua posizione potete godere. 

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La leggenda del Castelluccio e della bella castellana dalle labbra verdi

Come vi ho anticipato, anche il Castelluccio nasconde una leggenda riguardante una bella castellana e un misterioso tesoro. Narra la storia che fosse la dimora di una dama bellissima dalla folta chioma nera e dalle labbra dipinte di uno strano rossetto verde. Era talmente insolito che si credeva fosse prodotto con la sua stessa bile. Nonostante la sua straordinaria avvenenza, tutti i contadini della zona ne avevano profondo timore in quanto si vociferava fosse estremamente crudele con i servitori. Inoltre, chiunque provasse ad avvicinarla spariva nel nulla. Con la sua voce suadente, intonava canzoni da lei stessa scritte e ammaliava i rari ospiti prima di farli scomparire nel nulla.  Era, dunque, una persona insolita ed alquanto ambigua e nessuno, a parte durante le riunioni d’armi indette da suo marito signore del castello, frequentava mai il Castelluccio. Per comunicare con lei, i sudditi si affidavano a messaggeri o a colombi viaggiatori. Entrambi, però, non facevano mai ritorno. Col tempo, si sparse la voce che il palazzo fosse abitato da fantasmi e strane ombre che si aggiravano per i corridoi a guardia di un grande tesoro: a trovatura. E di notte, la nobildonna dalle labbra verdi, parlava con questi spiriti come se fossero persone reali. 

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Un giorno, all’improvviso, i contadini non sentirono più alcun rumore provenire dal castello così si fecero coraggio e si avvicinarono per vedere cosa fosse successo. Con grande sorpresa, scoprirono che il castello era completamente disabitato. Da allora tutti riuscirono a dormire serenamente e della castellana e dei suoi misteriosi abitanti non si seppe più nulla. Anche il tesoro non venne mai trovato ma, al suo posto, è stato scoperto invece un passaggio segreto reale che collega l’interno del castello con la città di Gela, più precisamente conduce alla Chiesa di San Benedetto, detta A Batia. Io non mi sono cimentata nella ricerca del tunnel misterioso ma se qualcuno di voi dovesse andare mi faccia sapere se lo trova. 

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Torre di Manfria a Gela: la leggenda del gigante Manfrino

E’ sera e il cielo sopra la Torre di Manfria comincia a tingersi di rosso cremisi. La vista dalla sua posizione sopraelevata è impagabile e consente di ammirare alla calda…

E’ sera e il cielo sopra la Torre di Manfria comincia a tingersi di rosso cremisi. La vista dalla sua posizione sopraelevata è impagabile e consente di ammirare alla calda luce del tramonto tutto il golfo di Gela. Ma la presenza della Torre si fa sempre più sentire, quasi come un monito che sembra voglia avvisare gli avventurieri di guardarsi le spalle. Anche io ne sono affascinata e, come attratta da una calamita, non posso far altro che abbandonare la vista del Mar Mediterraneo e girarmi invece ad osservare meglio la Torre possente che domina tutta la collina. Avete presente le sensazioni che nascono così all’improvviso e non ti lasciano più? Ecco, è quello che ho provato durante la mia visita in questo luogo magico ed affascinate. Ovviamente, la mia curiosità ha avuto il sopravvento e, una volta rientrata a Gela, non ho potuto fare a meno di approfondire la storia della Torre di Manfria. Cortigiane bellissime, giganti buoni, complotti e fantasmi sono gli ingredienti principali di questa storia. Una di quelle che si raccontano di sera ai bambini prima di andare a dormire e che fanno venire brividi involontari anche ai più grandicelli. Oggi ve la voglio raccontare a modo mio nella speranza di far conoscere questa magnifica località poco nota e invogliarvi ad andare a visitarla se vi trovate nei dintorni. 

Torre di Manfria Gela

La storia della Torre di Manfria

A circa 15 chilometri dal centro di Gela, di cui vi ho parlato qui, in provincia di Caltanissetta svetta dalla sua posizione rialzata a 19 metri sopra il livello del mare il rudere di una torre. Si tratta della Torre di Manfria, a cui tutta la contrada deve il nome. L’anno della sua costruzione è discusso: secondo alcuni risale al 1549 durante il vicereame di Juan de Vega, mentre altri sostengono che i lavori iniziarono nel 1583. Quale che sia l’anno esatto in cui si diede il via alla costruzione, i lavori furono interrotti fino al 1615, quando il Viceré di Sicilia Pedro Giron Duca di Ossuna, su disegno del famoso architetto fiorentino Camillo Camilliani, decise di completarla. La torre, detta anche Ossana o Ossuna in omaggio al Viceré, aveva lo scopo di segnalare i pericoli provenienti dal mare e difendere le coste. Faceva parte di un esteso sistema strategico-militare di vigilanza composto da 37 torri costiere dipendenti dalla Deputazione del Regno di Sicilia. All’epoca, infatti, le scorribande dei pirati erano frequenti e violento era il loro modo di trattare le popolazioni locali. Con il sistema difensivo delle torri, gli abitanti avevano modo di far partire un allarme e di prepararsi ad affrontare i pirati. Ogni torre disponeva di cinque torrari, ovvero quattro soldati e un sovrintendente scelto tra i cavalieri di Gela, allora Terranova. I torrari avevano il compito di segnalare eventuali pericoli alle altre torri con un sistema di fumi durante il giorno, di fuochi durante la notte. Se venivano avvistate delle navi saracene, i guardiani della torre lanciavano l’allarme che veniva recepito dalle vicine basi di Camarina ad est e di Falconara ad ovest, che a loro volta trasmettevano l’avvertimento alle altre torri costiere. In questo modo davano tempo agli isolani di preparare le difese e ai porti di preparare le flotte navali che immediatamente partivano per contrastare l’attacco dei corsari. 

La torre di Manfria in origine era disposta su due piani: il pianoterra serviva come deposito di munizioni, polvere da sparo, palle di cannoni, acqua e legna; il primo piano serviva, invece, da alloggio ai torrari.  Sul terrazzo, poi, provvisto di parapetti, tettoia e due balconate, sostenute da eleganti mensole di arenaria, si trovavano due cannoni.

Oggi, purtroppo, la torre si trova in stato di semi abbandono. Ed è un vero peccato perché è situata in un punto panoramico davvero mozzafiato. Viene spesso scelta  come location per le fotografie dei matrimoni. Se fosse ristrutturata e curata maggiormente sarebbe un altro dei tanti monumenti storici di Gela da promuovere a livello turistico, anche perché subito sotto si trova anche una splendida caletta. 

Torre di Manfria Gela

La leggenda del gigante Manfrino

Ma arriviamo alla parte più coinvolgente della storia: la leggenda del gigante Manfrino. E’ una di quelle leggende di dame dai capelli dorati, giganti e fantasmi da raccontare al calar della sera di fronte ad un falò… magari proprio ai piedi della torre. 

I gelesi per anni si sono tramandati la storia di Manfrino e della sua bella sorella. Manfrino era talmente alto e possente da venire identificato come “il gigante”. Era un uomo estremamente buono e gentile e amava cavalcare per gli estesi possedimenti della torre per controllare che tutto funzionasse a dovere. Il terreno, che si estendeva fino al vicino Castello di Falconara, bagnato da tanti piccoli ruscelli di acqua purissima, era verde e fertile. Vi crescevano rigogliosi alberi dai frutti succosi, palme, orti e fiori. Una distesa infinita e coloratissima di fiori che il Gigante aveva voluto coltivare per la gioia della sorella. Ella, a differenza di Manfrino, non amava uscire dalla sua terra e preferiva stare dentro la torre. Di lei si sapeva solo che era giovane e bellissima e, non conoscendo il suo vero nome, era chiamata da tutti “la bella Castellana”. 

Un giorno Manfrino, durante una delle sue galoppate per la tenuta, all’improvviso scorse una bellissima fanciulla dalla chioma dorata aggirarsi per i suoi campi come se si fosse persa. Il Gigante non aveva mai visto nessuna dama tanto elegante ed aggraziata prima d’allora, così spronò a tutta velocità il cavallo per raggiungerla. Ma, quando si fu avvicinato al punto in cui l’aveva vista, della giovane non c’era più traccia. Inutile dire che da quel momento Manfrino non si dette più pace: pensava giorno e notte alla giovane dama svanita nel nulla. Sua sorella, vedendolo struggersi così per amore, decise di organizzare una grande festa nella torre e di invitare quante più persone possibili, nella speranza di far rincontrare al fratello colei che gli aveva rubato il cuore. La sera della festa, principi e nobili arrivarono da ogni parte della Sicilia e, ad un certo punto, giunse anche la bella fanciulla. Manfrino, da quel momento, aveva occhi solo per la sua innamorata  e, dimentico di tutti gli altri ospiti, non aveva pensieri che per lei. Quando la vide uscire e dirigersi verso il mare, non ci pensò un momento e la seguì fuori per raggiungerla e finalmente dichiararle il suo amore. Si ricordò, però, improvvisamente di un avvertimento che una vecchia del paese gli aveva dato quando era giovane: nel giorno più bello della sua vita, egli sarebbe morto insieme alla sorella e tutto quello che possedeva sarebbe andato perduto, la terra si sarebbe inaridita e l’acqua avrebbe smesso di sgorgare così pura. Accecato dall’amore, il Gigante decise di non dare ascolto a quanto predetto e di seguire ugualmente la sua bella. Una volta raggiunta la spiaggia, però, la vide entrare sempre più in mare fino a sparire tra le onde. Nello stesso istante, delle urla disperate gli arrivarono all’orecchio e lui rimase immobile per la paura e la confusione. Durante la sua assenza, i principi e i nobili invitati, che da sempre bramavano i territori del Gigante, avevano ordito infatti un complotto per impossessarsene. Chiusero la porta della torre e uccisero tutti gli ospiti e, per crudeltà, per ultima lasciarono la bella Castellana. Andarono, poi, in cerca di Manfrino e, trovandolo paralizzato dal dolore di fronte al mare, misero da parte una volta per tutte le loro remore di fronte alla stazza del Gigante e insieme lo uccisero. Non riuscirono però a fermare lo spirito di Manfrino, il gigante buono e, ancora oggi nelle notti serene, orecchie attente possono sentire le grida d’aiuto della sorella e la sua disperazione. 

Torre di Manfria Gela

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